Premetto che la poesia, in generale, non mi fa impazzire. È
un territorio talmente personale e intimo che, in fin dei conti, solo chi l’ha
scritta la comprende davvero fino in fondo. Gli altri si limitano a coglierne
qualche frammento, sfiorandone la superficie senza mai afferrarne la vera
essenza. Qualcuno si è scandalizzato quando ho paragonato la poesia al jazz, sostenendo che piace solo a chi lo suona. È una similitudine forte, ma rende benissimo l’idea di come la penso, pur facendomi apparire insensibile, quale non sono, e correndo il rischio di risultare impopolare pur di esprimere con sincerità il mio pensiero.
Se però molte liriche del passato mantengono un valore
indiscutibile, capace di far riflettere e muovere il pensiero, oggigiorno la
situazione è cambiata radicalmente. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale,
l’impronta personale si sta inesorabilmente perdendo. Poesie, romanzi e perfino
i banali post sui social non sono più l’espressione autentica dell’anima umana,
ma sono solo simulacri, idee di massima confezionate da un algoritmo a partire
da un’indicazione sommaria.
Per chi legge con attenzione e sa cogliere le sfumature, e
soprattutto per chi usa l’IA come semplice supporto al lavoro creativo e non
come sostituto del cervello, il trucco salta subito all’occhio. Il modus
operandi delle principali piattaforme è sempre lo stesso, ed è quello di evitare
la complessità strutturata, il lessico forbito e il ragionamento articolato,
rifugiandosi in una continua schematizzazione. Il segnale spia? L’uso
sistematico dei due punti (:) messi lì per introdurre elenchi puntati o liste
di concetti. Se trovate un testo infarcito di questa struttura, c’è quasi
certamente lo zampino dell'algoritmo.
Un altro marchio di fabbrica è l’uso spropositato del
trattino lungo (—) al posto delle virgole o dei parentetici, una convenzione
tipica della punteggiatura anglosassone ma desueta nella tradizione sintattica
italiana, soprattutto come sostituto della virgola. In genere serve
principalmente per introdurre il discorso diretto nei dialoghi (al posto delle
virgolette) oppure per isolare un inciso all'interno di una frase (in
alternativa a parentesi), cosa che comunque prima dell’introduzione dell’IA era
raro vedere negli scritti.
Eppure, molti sedicenti autori sono talmente pigri da
copiare e incollare il testo generato dall’IA senza nemmeno rileggerlo. Si
vedono orrori del genere negli articoli di giornale e persino nei libri di
improbabili scrittori emergenti che non si prendono nemmeno la briga di fare un
minimo di editing per "umanizzare" i propri scritti.
A questi indizi si aggiungono altri elementi inconfondibili:
- L’abuso di metafore trite e stucchevoli,
come i soliti richiami al "mosaico", all'"eco", al
"faro nella notte" o al "viaggio intrapreso", usati
per dare un falso tono poetico a concetti del tutto vuoti.
- Una struttura ripetitiva e prevedibile,
che tende a chiudere ogni strofa o paragrafo con una morale consolatoria,
un riassunto ad effetto o una frase adatta a una cartolina motivazionale.
- L’assenza totale di imperfezione e di
ritmo biologico, in cui il testo risulta leccato, privo di quelle
sbavature, di quei cambi di registro o di quelle asperità che
caratterizzano la vera scrittura umana.
In conclusione, l’intelligenza artificiale non ha ucciso la
scrittura, ma la sta inquinando, sommergendola di immondizia digitale e
mettendo a nudo la pigrizia di chi la usa. Generare parole a costo zero non
significa creare cultura o esprimere un sentimento. Quando deleghiamo
all’algoritmo persino l’intimità di un pensiero o la fragilità di una poesia,
finiamo per offuscare la linea di confine tra la vera voce dell'anima e una
simulazione sintetica, rendendo sempre più difficile distinguere un'opera
autenticamente umana da un artefatto artificiale. In questo modo, non stiamo
producendo arte, ma stiamo solo affollando il mondo di rumore digitale. È tempo
di riappropriarci della nostra umanità, tornando a sporcarci le mani con la
scrittura e a prenderci la responsabilità delle nostre parole. Solo restituendo
agli scritti il peso imperfetto, unico e viscerale della nostra personalità
potremo salvaguardare ciò che ci rende davvero umani.
Nota: Non
per fare della facile ironia, ma questo articolo l’ho scritto io, di mio pugno,
senza alcun ausilio dell’IA. L’immagine, invece, è stata creata con l’IA. Ed è
proprio questo, a mio avviso, l’uso che dovremmo fare dell’intelligenza
artificiale, uno strumento al servizio
dell’Uomo, non un sostituto dell’Uomo.
[Nicola Antonio Roberto Amato]






