giovedì 13 agosto 2026

Il brigantaggio in Basilicata. Crimine o resistenza?

Il brigantaggio lucano postunitario continua ad accendere il dibattito: semplice criminalità o vera e propria resistenza? È una questione fondamentale che ho scelto di approfondire nel mio libro, affrontandola non solo sotto il profilo storico, ma anche da quello culturale.

In questi giorni ho rivisto con piacere due interviste televisive che mi sono state fatte lo scorso anno da due emittenti diverse. Ve le ripropongo qui sotto per ripercorrere insieme i punti chiave del tema. Se vi va guardatele entrambe: una delle due è ambientata in una cornice suggestiva, con un gruppo di rievocatori storici nei panni dei briganti, e l'altra in uno studio televisivo.



San Martino d’Agri: la bellezza di un luogo, la grandezza della sua gente

Nel cuore della Basilicata, arrampicato sulle colline della Val d’Agri, San Martino d'Agri è uno di quei luoghi in cui la storia non è solo un ricordo, ma un’anima viva. Tra i suoi vicoli e la maestosità del Palazzo Baronale Sifola risalente al XVI secolo, si respira un passato ricco di tradizioni, fede ed eleganza architetturale. È un borgo che sa raccontare storie a chiunque si fermi ad ascoltare.

Ma c’è una verità che chi viaggia in Basilicata impara presto: la vera ricchezza di questa terra non risiede soltanto nei suoi paesaggi mozzafiato o nella sua storia millenaria. Risiede nell’anima dei lucani. L’ospitalità qui non è una semplice regola di cortesia o una strategia turistica; è un tratto genetico, un modo spontaneo di concepire il rapporto con l’altro. In Basilicata non si è mai semplici "turisti" o "ospiti di passaggio", ma si è persone da accogliere, sostenere e far sentire a casa.

A San Martino d’Agri, però, questa vocazione all'accoglienza raggiunge un livello superiore.

Vivere San Martino d'Agri significa sperimentare un calore umano che sorprende e commuove. È lo sguardo generoso di chi ti incontra per strada, la disponibilità incondizionata, la cura attenta e mai invadente con cui ogni abitante si assicura che tu ti senta parte della comunità. In ogni sorriso, in ogni gesto e in ogni chiacchierata c’è il senso più autentico del condividere.

Grazie di cuore a San Martino d’Agri e a tutta la sua gente per avermi regalato un’esperienza che va ben oltre la semplice permanenza: un vero e proprio abbraccio umano che porterò sempre con me.

Salotto letterario: Paesi da vivere o borghi da visitare?

Si è concluso con un grande successo di pubblico il Salotto Letterario promosso all'interno della cornice di 𝐕𝐢𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐢𝐧 𝐀𝐫𝐭𝐞, il 10 e 11 agosto a San Martino d’Agri (PZ), nello straordinario contesto del Convento Francescano.


Al centro del dibattito, il tema "𝑷𝒂𝒆𝒔𝒊 𝒅𝒂 𝒗𝒊𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒐 𝒃𝒐𝒓𝒈𝒉𝒊 𝒅𝒂 𝒗𝒊𝒔𝒊𝒕𝒂𝒓𝒆?", un confronto ricco e stimolante che ha visto autori e ospiti scambiarsi prospettive originali sul dualismo tra il "paese" e il "borgo". Un risultato straordinario nato dalla proficua sinergia, dall'impegno e dalla competenza di tutta la squadra organizzatrice.
Per me è stata anche un'ottima occasione per incontrare amici e conoscenti straordinari. In questo contesto, il mio intervento si è focalizzato su: "𝑷𝒂𝒆𝒔𝒆 𝒐 𝑩𝒐𝒓𝒈𝒐? 𝑰𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒑𝒂𝒓𝒐𝒍𝒆".

Vi lascio con una prima selezione di scatti dell'evento (altri ne seguiranno a breve).


𝐈𝐧𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞, 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢𝐫𝐞, 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐞 𝐪𝐮𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐢𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨:
"𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖 𝑒𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑝𝑝𝑖𝑐𝑐𝑖𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒. 𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑠𝑡𝑟𝑢𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎, 𝑠𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑢𝑛’𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑐𝑖 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎. 𝑆𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑒𝑣𝑜𝑐𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑟𝑑𝑖, 𝑎𝑡𝑡𝑒𝑠𝑒. 𝑆𝑒 𝑑𝑖𝑐𝑜 "𝑐𝑎𝑠𝑎", 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑡𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑒𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑡𝑡𝑟𝑜 𝑚𝑢𝑟𝑎 𝑒 𝑢𝑛 𝑡𝑒𝑡𝑡𝑜; 𝑠𝑡𝑜 𝑒𝑣𝑜𝑐𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑢𝑛 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑟𝑜𝑡𝑒𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒, 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑙𝑜𝑟𝑒, 𝑑𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒𝑛𝑒𝑛𝑧𝑎.
𝐼𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑠𝑡𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑞𝑢𝑖: 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒𝑙 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖, 𝑚𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑝𝑙𝑎𝑠𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑐𝑒𝑝𝑖𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑔𝑖𝑠𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑑 𝑒𝑠𝑠𝑜. 𝑈𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 𝑢𝑠𝑎𝑡𝑎 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑝𝑢𝑜̀ 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑑𝑖𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑡𝑟𝑎 𝑢𝑛’𝑖𝑑𝑒𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑝𝑎𝑠𝑠𝑎 𝑖𝑛𝑜𝑠𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎𝑡𝑎 𝑒 𝑢𝑛 𝑚𝑒𝑠𝑠𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑎𝑚𝑏𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑢𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑎𝑠𝑐𝑜𝑙𝑡𝑎.
𝐸 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑖𝑟𝑜𝑚𝑝𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑜 𝑎𝑝𝑝𝑙𝑖𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑖 𝑙𝑢𝑜𝑔ℎ𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑣𝑖𝑣𝑖𝑎𝑚𝑜.
𝑃𝑟𝑒𝑛𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑢𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑢𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑖𝑛𝑜𝑛𝑖𝑚𝑖, 𝑚𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑛 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑠𝑎𝑝𝑝𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑢𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑒: "𝐵𝑜𝑟𝑔𝑜" 𝑒 "𝑃𝑎𝑒𝑠𝑒".
𝑁𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑖 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎𝑠𝑠𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙'𝑒𝑠𝑝𝑙𝑜𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑑𝑒𝑙 "𝑏𝑜𝑟𝑔𝑜" 𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑒𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑟𝑙𝑜. 𝐼𝑙 𝑏𝑜𝑟𝑔𝑜 𝑒̀ 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑠𝑜, 𝑒̀ 𝑖𝑑𝑖𝑙𝑙𝑖𝑎𝑐𝑜, 𝑒̀ 𝑑𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑡𝑜𝑙𝑖𝑛𝑎. 𝐸̀ 𝑖𝑙 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑖 𝑣𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑓𝑖𝑛𝑒 𝑠𝑒𝑡𝑡𝑖𝑚𝑎𝑛𝑎 𝑎 𝑚𝑎𝑛𝑔𝑖𝑎𝑟𝑒 𝑏𝑒𝑛𝑒, 𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑡𝑟𝑒 𝑓𝑜𝑡𝑜 𝑠𝑢 𝑢𝑛 𝑣𝑖𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑓𝑖𝑜𝑟𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑎 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑢𝑖 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑙 𝑒 𝑝𝑜𝑖 𝑠𝑖 𝑣𝑎 𝑣𝑖𝑎. 𝑀𝑎 𝑠𝑒 𝑟𝑖𝑑𝑢𝑐𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑖 "𝑏𝑜𝑟𝑔ℎ𝑖", 𝑟𝑖𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑙𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑜𝑔𝑟𝑎𝑓𝑖𝑒 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜𝑟𝑎𝑛𝑒𝑒, 𝑖𝑛 𝑚𝑢𝑠𝑒𝑖 𝑎 𝑐𝑖𝑒𝑙𝑜 𝑎𝑝𝑒𝑟𝑡𝑜. 𝐵𝑒𝑙𝑙𝑖, 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑜, 𝑚𝑎 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑣𝑢𝑜𝑡𝑖, 𝑖𝑚𝑏𝑎𝑙𝑠𝑎𝑚𝑎𝑡𝑖, 𝑝𝑟𝑖𝑣𝑖 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑒.
𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒 𝑢𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 "𝑃𝑎𝑒𝑠𝑒", 𝑢𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 𝑑𝑒𝑛𝑠𝑎, 𝑣𝑖𝑣𝑎, 𝑝𝑜𝑙𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑎𝑙𝑡𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑒𝑟𝑚𝑖𝑛𝑒. 𝑈𝑛 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑡𝑜𝑙𝑖𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖: 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀. 𝐼𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑒̀ 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑐𝑖 𝑣𝑖𝑣𝑜𝑛𝑜 365 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑎𝑙𝑙'𝑎𝑛𝑛𝑜, 𝑑𝑖 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑝𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑎, 𝑑𝑖 𝑏𝑜𝑡𝑡𝑒𝑔ℎ𝑒, 𝑑𝑖 𝑟𝑒𝑙𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑒, 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑒 𝑑𝑖 𝑓𝑢𝑡𝑢𝑟𝑜. 𝐿𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 "𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒" 𝑟𝑒𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎 𝑑𝑖𝑔𝑛𝑖𝑡𝑎̀, 𝑟𝑒𝑐𝑙𝑎𝑚𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖, 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖, 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑖, 𝑐𝑜𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑒𝑡. 𝑆𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑎 "𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒" 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑟𝑖𝑓𝑖𝑢𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑙'𝑖𝑑𝑒𝑎 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑟𝑠𝑎 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝑖𝑛𝑑𝑢𝑠𝑡𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑒 𝑟𝑖𝑣𝑒𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖.
𝐶'𝑒̀ 𝑝𝑜𝑖 𝑢𝑛 𝑎𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐ℎ𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒𝑔𝑎 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑣𝑣𝑖𝑣𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑎 𝑑𝑒𝑖 𝑙𝑢𝑜𝑔ℎ𝑖: 𝑙'𝑖𝑚𝑝𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 ℎ𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑠𝑢𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑣𝑎𝑛𝑖.
𝑆𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑖𝑛𝑢𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑡𝑜𝑟𝑖𝑐𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑎𝑙𝑔𝑖𝑎, 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑎, 𝑑𝑒𝑙 "𝑞𝑢𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑐'𝑒̀ 𝑛𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒, 𝑑𝑜𝑣𝑒𝑡𝑒 𝑎𝑛𝑑𝑎𝑟𝑣𝑒𝑛𝑒 𝑠𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑒𝑡𝑒 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖𝑧𝑧𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎", 𝑠𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑢𝑠𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑎𝑛𝑛𝑎.
𝑆𝑒 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒 𝑖𝑛𝑖𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑎 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛 𝑙𝑎𝑏𝑜𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀, 𝑢𝑛 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎, 𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑒 𝑙'𝑖𝑛𝑛𝑜𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑓𝑜𝑛𝑑𝑒𝑟𝑠𝑖, 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑠𝑡𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑎𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑣𝑎𝑛𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒, 𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒. 𝐿𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑜𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑖𝑙 𝑠𝑒𝑚𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑟𝑒𝑚𝑜 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑖.
𝐸 𝑎𝑙𝑙𝑜𝑟𝑎 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑐𝑜𝑛𝑐𝑙𝑢𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑛 𝑢𝑛 𝑎𝑝𝑝𝑒𝑙𝑙𝑜, 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑎𝑢𝑠𝑝𝑖𝑐𝑖𝑜 𝑟𝑖𝑣𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑑𝑎𝑐𝑖, 𝑎𝑔𝑙𝑖 𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖𝑢𝑛𝑞𝑢𝑒 𝑎𝑏𝑏𝑖𝑎 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑔𝑢𝑖𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑡𝑒𝑟𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑖.
𝑁𝑜𝑛 𝑑𝑜𝑏𝑏𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑟𝑎 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑒 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀. 𝐴𝑏𝑏𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑖𝑛𝑣𝑒𝑐𝑒 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑧𝑖𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎𝑙 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑜 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜. 𝑃𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑢𝑛 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑓𝑖𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑡𝑎, 𝑚𝑎 𝑔𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 𝑣𝑒𝑟𝑎, 𝑑𝑖𝑔𝑛𝑖𝑡𝑜𝑠𝑎 𝑒 𝑟𝑖𝑐𝑐𝑎 𝑑𝑖 𝑜𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑙𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑒 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑠𝑖𝑛𝑔𝑜𝑙𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜. 𝑆𝑐𝑒𝑔𝑙𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑒, 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑒̀ 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑎 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑟𝑖𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑖𝑙 𝑓𝑢𝑡𝑢𝑟𝑜 𝑑𝑒𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑖.
𝑉𝑒𝑑𝑒𝑡𝑒, 𝑖𝑙 𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜𝑟 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑟𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑡𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑟𝑢𝑖𝑟𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑎 𝑚𝑖𝑠𝑢𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑡𝑎, 𝑚𝑎 𝑔𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑖𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑐ℎ𝑖 𝑐𝑖 𝑣𝑖𝑣𝑒. 𝑆𝑒 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 ℎ𝑎 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑛𝑜, 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑏𝑢𝑜𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑛𝑒𝑠𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑛𝑡𝑒𝑟𝑛𝑒𝑡, 𝑚𝑒𝑑𝑖𝑐𝑖, 𝑠𝑐𝑢𝑜𝑙𝑒, 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖 𝑒𝑓𝑓𝑖𝑐𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖, 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑓𝑟𝑒𝑛𝑎 𝑙𝑜 𝑠𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒 𝑎𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑖𝑑𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒, 𝑚𝑎 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑛 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑣𝑒𝑟𝑜, 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑒 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑐ℎ𝑖 𝑣𝑖𝑒𝑛𝑒 𝑑𝑎 𝑓𝑢𝑜𝑟𝑖.
𝐼𝑙 𝑡𝑢𝑟𝑖𝑠𝑚𝑜 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑢𝑛𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎, 𝑛𝑜𝑛 𝑙𝑎 𝑠𝑢𝑎 𝑢𝑛𝑖𝑐𝑎 𝑓𝑜𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖 𝑠𝑜𝑝𝑟𝑎𝑣𝑣𝑖𝑣𝑒𝑛𝑧𝑎. 𝐿𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑖 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑖 𝑏𝑜𝑟𝑔ℎ𝑖 𝑖𝑛 𝑎𝑙𝑏𝑒𝑟𝑔ℎ𝑖 𝑎 𝑐𝑖𝑒𝑙𝑜 𝑎𝑝𝑒𝑟𝑡𝑜, 𝑚𝑎 𝑓𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑡𝑜𝑟𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑖 𝑠𝑖𝑎 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑎 𝑝𝑜𝑠𝑠𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑒 𝑠𝑜𝑠𝑡𝑒𝑛𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒. 𝑆𝑜𝑙𝑜 𝑢𝑛 𝑝𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑒̀ 𝑏𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑙'𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑑𝑖𝑣𝑒𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜 𝑖𝑟𝑟𝑒𝑠𝑖𝑠𝑡𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑎 𝑣𝑖𝑠𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒.
𝐸 𝑖𝑛 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑖𝑙 𝑝𝑜𝑡𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑝𝑎𝑟𝑜𝑙𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑢𝑡𝑖𝑙𝑖𝑧𝑧𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑙𝑒 𝑛𝑜𝑠𝑡𝑟𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑒 𝑒 𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑟𝑙𝑒 𝑎𝑣𝑎𝑛𝑡𝑖, ℎ𝑎 𝑢𝑛 𝑔𝑟𝑜𝑠𝑠𝑜 𝑝𝑒𝑠𝑜, 𝑠𝑖𝑎 𝑠𝑢 𝑐ℎ𝑖 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑎𝑝𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎𝑟𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑙𝑡𝑒, 𝑒 𝑠𝑖𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑖𝑡𝑡𝑎𝑑𝑖𝑛𝑎𝑛𝑧𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑑𝑒𝑟𝑙𝑒 𝑒 𝑓𝑎𝑟𝑙𝑒 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑒.

lunedì 3 agosto 2026

Rethnes 2026: Quando la storia si fa orgoglio, identità e passione

Ci sono sere in cui il passato smette di essere un racconto tra i libri e torna a far battere forte il cuore di una comunità intera. Il 6 agosto 2026, a partire dalle ore 19:30, i vicoli in pietra e le corti di Maschito si trasformeranno in un palcoscenico a cielo aperto per uno degli appuntamenti più suggestivi ed identitari del Vulture: la rievocazione storica delle Rethnes.

Un viaggio nel tempo diretto al Cinquecento, alle radici profonde dell'anima Arbëreshë, quando il condottiero Lazzaro Mathes ottenne da Carlo V il diritto di rifondare Maschito per le sue milizie di stradioti. 

La parola "Rethnes" (o Retnes) deriva dalla lingua Arbëreshë e richiama il concetto dell'assenso, dell'atto di autorizzazione concessa al Capitano Lazzaro Mathes. Ma nella tradizione locale, la parola "Rethnes" proviene dalla tradizione Arbëreshë e richiama il legame con le "redini" e la "cavalcata", simbolo dell'orgoglio equestre degli Stradioti. Rappresenta il ricordo indelebile dei condottieri albanesi che a cavallo riconquistarono la propria libertà e fondarono la nuova Maschito.

Un affascinante mosaico d'epoca in cui si intreccia la storia delle due fazioni storiche del borgo: i Cndrgnan (gli albanesi di Scutari) e i Majsor (i greci-coronei). Tra antiche rivalità ed esercitazioni militari, la fierezza di due anime distinte si fuso in un unico popolo pronto a giurare pace ed unione alla fontana Skanderbeg.

L’edizione di quest'anno si preannuncia straordinaria. Il centro cittadino risuonerà del ritmo dei tamburi imperiali e dello squillo chiaro delle chiarine. Tra cortei in abiti rinascimentali finemente decorati, la Compagnia d’Arme Capitano Lazzaro Mathes e il Corteo Storico Carlo V di S. Severo riporteranno in vita l'atmosfera imperiale e guerriera del Cinquecento, in una cornice curata nei minimi dettagli e arricchita dai contributi del Centro Culturale Internazionale “L. Einaudi” APS.

Non si tratta di una semplice manifestazione, ma dell'atto d'amore di un borgo che riscopre le sue origini, la sua lingua e la sua anima accogliente.

La Pro Loco di Maschito merita un enorme plauso per la cura magnifica e la passione impeccabile con cui, ogni anno, organizza e custodisce un evento così prezioso per l'intera comunità.

Segnate la data e l'orario in agenda: Giovedì 6 agosto 2026, ore 19:30. Maschito vi aspetta per vivere insieme la magia, il fascino e il sapore autentico della sua storia. Non fartelo raccontare!

sabato 1 agosto 2026

Salotto letterario a San Martino d'Agri (PZ) l'11 agosto 2026

Sono davvero grato all'Associazione Associazione Culturale Vincenzo Marinelli per l'invito a partecipare a questo evento come ospite.

L'11 agosto sarò a San Martino d'Agri (PZ) all'interno del salotto letterario "𝑃𝑎𝑒𝑠𝑖 𝑑𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑜 𝑏𝑜𝑟𝑔ℎ𝑖 𝑑𝑎 𝑣𝑖𝑠𝑖𝑡𝑎𝑟𝑒?". Sarà un confronto ad ampio raggio sul dualismo tra borgo e paese e su come far convivere queste due dimensioni; al suo interno porterò il mio contributo focalizzandomi sul potere straordinario che le parole hanno nel plasmare l'identità e la valorizzazione dei nostri territori. Vi aspetto! 

domenica 26 luglio 2026

Un libro racconta Luigi Giura, genio lucano e pioniere dell’ingegneria moderna, da Il Giornale della Basilicata

Un nuovo libro riporta al centro dell’attenzione una delle figure più straordinarie dell’ingegneria italiana dell’Ottocento: Luigi Giura, ingegnere lucano e protagonista del rinnovamento tecnologico del Regno delle Due Sicilie.

L’opera, dal titolo “Luigi Giura, l’ingegnere lucano pioniere del rinnovamento tecnologico”, firmata da Nicola Amato, racconta il percorso umano e professionale di un visionario capace di lasciare un segno indelebile nella storia delle infrastrutture italiane...

Dalle sue origini a Maschito fino ai grandi progetti realizzati nel cuore dell’Italia dell’Ottocento, il libro ripercorre le tappe fondamentali della carriera di Giura, tra cui la progettazione del Ponte Real Ferdinando sul Garigliano, primo ponte sospeso in ferro d’Italia.

Continua a leggere l'articolo sul Giornale della Basilicata, al seguente link: https://giornaledellabasilicata.com/contenido/446/libro-luigi-giura-ingegnere-lucano

Maggiori informazioni su questo libro, invece, le trovate su: 

sabato 18 luglio 2026

Nessuno è profeta in patria: il paradosso del talento tra resistenze psicologiche e convalida digitale

Il proverbio "Nessuno è profeta in patria" è una delle espressioni più conosciute della saggezza popolare, utilizzata per descrivere il fenomeno umano per cui una persona, pur essendo riconosciuta per il proprio valore altrove, non riesce ad ottenere lo stesso riconoscimento nel luogo dove è nata o cresciuta. Le sue radici affondano nei Vangeli, dove Gesù stesso lo pronuncia durante la sua visita a Nazareth, la sua città natale, per esprimere il disappunto nei confronti di coloro che, pur conoscendolo da sempre, non lo accettavano come profeta.

Nel corso dei secoli, questo detto ha assunto una valenza universale, applicabile non solo al contesto religioso, ma anche a molte altre situazioni in cui il talento, l’innovazione o la creatività di un individuo vengono ignorati o sottovalutati dalle persone che lo conoscono più da vicino. Il paradosso di chi non trova apprezzamento nel proprio ambiente familiare o sociale, mentre viene celebrato altrove, ha ispirato numerose riflessioni in ambito sociale, culturale e psicologico.

Questa difficoltà nel riconoscere il valore di chi ci è vicino trova una spiegazione chiara nelle dinamiche della psicologia sociale e cognitiva. Al centro del fenomeno vi è il bias di familiarità, un meccanismo per cui tendiamo a incasellare le persone in ruoli rigidi basati sul passato. Chi ha visto un individuo crescere, fare errori o semplicemente condurre una vita ordinaria fatica a sovrascrivere quell'immagine storica con una nuova identità di successo o di leadership. Subentra inoltre l'invidia sociale: il successo di un membro del proprio gruppo originario altera gli equilibri relazionali e costringe gli altri a confrontarsi con le proprie aspirazioni irrealizzate. Al contrario, lo "straniero" beneficia del fascino dell'esotico e dell'ignoto, venendo giudicato esclusivamente per le sue competenze attuali, privo del fardello dei suoi trascorsi giovanili o privati.

Nell'era contemporanea, questo paradosso ha trovato una cassa di risonanza inedita nei social media, che hanno ridefinito il concetto stesso di "patria" e di "altrove".

  • L'iper-familiarità digitale: Piattaforme come Instagram, TikTok o Facebook espongono costantemente la quotidianità, normalizzando la figura dell'individuo e riducendone l'aura di eccezionalità agli occhi della cerchia ristretta. La vicinanza digitale esaspera il giudizio dei pari, portando spesso a dinamiche di discredito o indifferenza da parte dei contatti più stretti.

  • La convalida algoritmica globale: Gli algoritmi delle piattaforme lavorano su scala globale, aggregando nicchie di interesse sparse nel mondo. Questo permette al talento di scavalcare le resistenze geografiche e culturali del proprio ambiente d'origine, trovando validazione e successo in comunità digitali lontane.

  • L'effetto di rientro: Si assiste oggi a un ribaltamento digitale del proverbio: il riconoscimento locale non è più il punto di partenza, ma la conseguenza di una consacrazione esterna. Solo quando l'individuo accumula metriche di successo visibili globalmente (follower, visualizzazioni, collaborazioni internazionali), la "patria" ne riconosce tardivamente il valore, mossa non più da una reale comprensione del talento, ma dal bisogno di riflettersi nel prestigio riflesso di quel successo.

In definitiva, l’avvento del digitale non ha scardinato questa resistenza antropologica, ma ne ha accelerato i processi. Il paradosso di chi non viene compreso dalle proprie origini trova oggi una risoluzione non più nella distanza fisica, ma nella portata dei network globali. Solo quando il valore individuale viene filtrato, validato e rispedito al mittente da un pubblico esterno, la comunità d'appartenenza cede all'evidenza. Il riconoscimento nella propria terra si trasforma così nell'ultimo tassello di un percorso che, oggi come un tempo, richiede necessariamente di guardare oltre i confini di casa per essere pienamente compreso.

[© Nicola Amato]